venerdì 22 febbraio 2008

C’era una volta Orrico da Volpara

Articolo di Alessandra Vivoli pubblicata da "Il Tirreno"

In vendita la sua storica villa: «Costa troppo, non ho soldi per mantenerla»
Vivo con uno stipendio da operaio, e questo mi fa essere in sintonia con il partito che ho sempre votato fin da ragazzo.
Via da Volpara. E’ la fine di un’epoca. Corrado Orrico annuncia di aver messo in vendita la sua villa sulle colline massesi: «Non posso più mantenerla».
È in vendita il buen ritiro che ha scandito la sua ascesa calcistica, passo dopo passo. E che lo ha accompagnato (quel Volpara “appiccicato” al suo nome e cognome) come segno distintivo, perenne ricordo delle sue origini, del suo amore per la vita semplice, e per la quiete necessaria alla lettura, sua compagna di vita assieme alla filosofia.
Con lui Volpara, una località che non si trova certo sulle cartine ma che i massesi conoscono bene, sono loro, infatti, che hanno coniato quel termine per indicare un luogo sperduto, frequentato giusto dalle volpi, conobbe l’onore delle cronache nazionali. Fu Gianni Brera per primo, durante breve stagione di Orrico all’Inter (siamo negli anni 1991-92) a soprannominarlo «il maestro di Volpara».
E così è stato allora: il tecnico di Volpara. Nei giornali e nelle televisioni, da quelle blasonate, dei mesi in nerazzurro, in serie A a Udine e in B con la Lucchese, fino alla sua ultima esperienza (l’ottava) alla guida della Carrarese, in serie C2, la città che dalla sua villona gialla in Volpara dista solo una manciata di chilometri, e alla quale, forse più di tutte ha legato il suo destino. Qui ha inventato la gabbia: «Perché da ragazzo mi ero innamorato dei gabbioni su cui si giocava a pallone sulla riviera livornese» e ha forgiato quello che insieme a Lothar Mattheus considera il più grande atleta che abbia mai allenato, Marco Cacciatori. «Ho conosciuto il mister a 16 anni, mi ha fatto crescere come calciatore e come uomo. Non è così severo come lo dipingono, fa il duro per la squadra» dice di lui l’attaccante che ha conosciuto la platea di serie A con il Perugia ma al quale una brutta malattia ha messo un ostacolo serio fra lui e la grande fama.
La Carrarese, l’Inter, i compagni di viaggio e la sua Volpara. Corrado Orrico è tutto questo ma quello di oggi è un soprattutto un uomo sereno che si definisce, senza troppi giri di parole: «un allenatore disoccupato, tante volte me ne sono andato io, altrettante mi hanno cacciato».
L’uomo che ha saputo sbattere la porta della società nerazzurra e andarsene presentando le dimissioni (e rinunciando così a riscuotere ugualmente uno stipendio milionario) oggi - dopo essersi dimesso lo scorso anno anche dalla panchina della Carrarese - vive, come dice lui: «con uno stipendio da operaio, ma da operaio specializzato e questo mi fa essere più in sintonia con il partito che ho sempre votato, fin da ragazzo». Dei soldi, tanti, dei periodi d’oro, rimpiange solo il fatto che «con il denaro si possono acquistare molti libri. Per il resto - dice - ho poche esigenze, quello che mangio me lo coltivo da solo». Dai campi di calcio a quelli coltivati, senza fare una piega. Ma con una speranza: «Il calcio ha bisogno di ripartire da zero, arriverà qualcuno, ma non scomodiamo i profeti, che farà riscoprire la semplicità di questo gioco. La centralità del pallone».
E l’allenatore filosofo che si riconosce come unico pregio «la coerenza» e come peggior difetto «la presunzione» si lascia andare solo quando parla del suo calcio, quello di quando era un ragazzino: «Se uno aveva talento si diceva, quello non fa vedere la palla. Una frase semplice che racchiude tutta la magia del calcio».

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